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lunedì 2 novembre 2015

Il golpe massonico.

Nel 1847 Mazzini incaricò un giovane livornese di organizzare a Costantinopoli un gruppo di patrioti a lui fedele e di raccogliere fondi per i suoi piani cospirativi. Questo giovane si chiamava Adriano Lemmi (1822-1906).
Negli anni successivi troviamo Lemmi implicato in ogni genere di complotto ordito dal Mazzini: nel 1849 organizza l’imbarco dei volontari per difendere la Repubblica romana, nel 1853 è tra i promotori dei moti di Genova, nel 1857 è il finanziatore della spedizione di Piscacane e nel 1860 è tra gli organizzatori della spedizione dei Mille. Una simile carriera da cospiratore gli varrà la definizione di << banchiere della rivoluzione italiana >> coniato da Guerzoni. Divenuto amico di Garibaldi, resta coinvolto nell’oscuro affare delle ferrovie meridionali a cui si è accennato nel precedente capitolo.
Lemmi godette della protezione di Mazzini, che rivestiva un ruolo di primo piano all’interno del sistema occulto della Contro-Chiesa. E’ significativo che il banchiere livornese ricevesse incarichi di altissimo livello in ambito finanziario all’interno della cospirazione carbonara prima ancora di approdare alla massoneria nel marzo 1877. Anche le modalità di adesione alla massoneria erano eccezionali: vi entrò infatti come membro della Loggia di Propaganda, una speciale Loggia del G.O.I. che raccoglieva i membri dell’establishment politico, economico e culturale del Regno d’Italia. Pare addirittura che l’ideatore di questa struttura occulta fosse lo stesso Lemmi: << Segretezza, lealtà e sinergismo rappresentavano insomma un trinomio di difficile simbiosi. Per risolvere il teorema, dunque, non restava che ricorrere a strumenti non istituzionali, come quello di coprire un’intera Loggia, lasciando in esclusiva al Gran maestro la responsabilità della << tegolatura >> protettiva e il potere dell’iniziazione << sul filo della spada >>. La soluzione era ardita, ma Lemmi seppe ben presentarla: così, con il determinante appoggio di Crispi, nel marzo 1877 veniva creata a Roma la << Loggia di Propaganda Massonica >> , madre di quella del venerabile Licio Gelli, detta poi << P2 >> per comodità di linguaggio. La massoneria aveva infine trovato una sede istituzionale in cui trattare in segreto gli interessi profani attraverso riunioni – o scambi di messaggi subito bruciati – tra singoli affiliati o gruppi di specializzazione. Sino alla caduta di Crispi, questa Loggia ha rappresentato il maggior centro di potere italiano >> 1.
La carriera massonica di Lemmi è troppo rapida per non far credere che questa militanza servisse da copertura per celare i suoi mandanti e i propositi di loro. Infatti egli, ancora neofita, viene subito chiamato a far parte della commissione finanziaria del G.O.I. e poco dopo (maggio 1879) viene eletto Gran tesoriere. Non basta nemmeno l’amicizia stretta con l’eroe nazionale Giuseppe Garibaldi e con l’astro nascente della politica Francesco Crispi, entrambi insigniti del grado << 33 >> della massoneria, a spiegare una carriera così sfolgorante: a quanto pare si guadagnò il favore di numerose Logge provvedendo di tasca propria – o così almeno riuscì a far credere – al pagamento delle quote associative arretrate. Come commentare l’episodio? Simonia in salsa massonica? Probabilmente sì. Certo dietro il banchiere livornese vi erano sponsor molto “convincenti”. Intendiamo dire, in altre parole, che Lemmi era un uomo della finanza internazionale che Mazzini aveva messo a diretto contatto con gli “Illuminati” e con la Contro-Chiesa. Dopo aver finanziato il Risorgimento gli “Illuminati” – in testa a tutti: Rothschild, Hambro, Perier e Oden – miravano ora a consolidare la propria influenza sull’Italia unitaria in vista di nuovi affari, di cui parleremo a breve. Per fare questo essi necessitavano di schiere di tecnocrati addestrati ovvero dei bassi iniziati di cui scriveva, in quegli stessi anni, Saint-Yves d’Alveydre. Ecco quindi la convenienza ad appaltare alla massoneria locale la gestione della cosa pubblica, dell’economia e della cultura. Ecco quindi la necessità di mettere un proprio uomo di fiducia alla guida dell’ordine. Poiché gli affari, piuttosto la fede, cementavano l’istituzione massonica italiana, fu scelto un banchiere: egli era l’uomo giusto per corrompere un’istituzione che era in vendita al migliore offerente. Per queste ragioni Lemmi viene eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia il 17 gennaio 1885. Codesta maestranza, durata ininterrottamente fino al 1896, lascerà un’impronta indelebile nella storia della massoneria.
Scrive Nasi: << il banchiere Lemmi passava, e non senza ragione, come un mago della finanza e dell’organizzazione. Collegato con le maggiori centrali finanziarie d’Europa, aveva una rete di relazioni che pochi in Italia potevano vantare. Era ascoltato a corte e nel governo. Insomma si muoveva tra affari e politica come una sorta di eminenza grigia: ed è proprio per questo motivo che nel 1885 le Logge gli affidarono la riorganizzazione del Grande Oriente e il risanamento delle finanze >> 2.
Di fronte alla profonda crisi del G.O.I. , dimostratosi incapace di mediare tra le due anime storiche della comunione – quella democratico-rivoluzionaria e quella liberale-conservatrice – Lemmi fa una netta scelta di campo e in appena due anni cambia volto alla massoneria: espelle i leader della Sinistra rivoluzionaria e sposta in alto la base sociale dell’organizzazione con l’iniziazione dei quadri medio-alti dei ceti emergenti. In questo modo la massoneria si afferma come occulto << partito della borghesia >> secondo la celebre definizione di Gramsci.
Secondo Fulvio Conti << Egli concepì infatti la massoneria come uno strumento per orientare l'opinione pubblica, condizionare il ceto politico e mobilitare la società civile al fine di rafforzare lo Stato nato dal Risorgimento, emarginare la Chiesa e le organizzazioni cattoliche, realizzare una serie di riforme sociali e politiche di schietta matrice laica e progressista >> 3.
Mario Celi afferma che Lemmi << fu il primo a intuire l’importanza di avere a propria disposizione una loggia coperta per manovrare la finanza pubblica stando dietro il palcoscenico. Il suo programma massonico era semplice: via dalle logge i poveracci e i pensatori, l’obbiettivo doveva essere la conquista del potere: “Chi è al governo degli Stati o è nostro fratello o deve perdere il posto”. La stessa filosofia che un secolo più tardi avrebbe ispirato il << fratello >> Licio Gelli >> 4.
Durante la maestranza di Lemmi erano addirittura trecento i parlamentari iscritti alle Logge. Il loro apporto fu decisivo per il golpe silenzioso attuato dall’ordine. Come scrive Nassi, << non è quindi casuale che, nel 1889, nel primo governo Crispi si contassero, oltre al premier, almeno cinque ministri e nove sottosegretari affiliati alla massoneria. Lo sbarco nel governo, che Adriano Lemmi si era posto come obbiettivo dalla sua iniziazione, è un successo che forse non ha precedenti nella storia d’Europa. Tuttavia, come corpo mistico di una fratellanza universale, la massoneria italiana tocca il suo livello più basso >> 5. Nasce così il primo e unico governo dichiaratamente massonico della Storia d’Italia, guidato per di più da un venerabile << 33 >>, e posto completamente agli ordini del Grande Oriente d’Italia. Dietro il quale è appena possibile individuare i contorni di un altro potere occulto, la grande finanza cosmopolita.
Il golpe massonico era quindi cosa fatta: << l’eccessivo appiattimento di Adriano Lemmi (e della Loggia coperta) sulla politica e sulla leadership di Crispi ha infatti come risultato un progressivo declassamento delle ambizioni di supremazia morale e un massiccio processo di secolarizzazione dei templi. In conclusione non decade solo l’antica carica di spiritualità, ma il Grande Oriente, di riflesso, come si è detto, non sarà più neppure, come al tempo del Risorgimento, un dinamico << centro di mediazione d’interessi e di contrasti >>. Diventa piuttosto un braccio operativo >> 6.
Il modello di Crispi era il cancelliere tedesco Otto von Bismark. Proprio come lui lo “statista” siciliano intendeva governare il Paese con piglio autoritario e si poneva ambiziosi obiettivi, << sfidando, all’occorrenza, pure il potere del papa e delle più agguerrite frange del radicalismo libertario >> 7. Anziché partire dai tanti problemi della popolazione, Crispi vedeva nella gente comune uno strumento per cogliere un fine più alto: un ideale astratto che non poteva non essere suggerito dai poteri forti sulla base di un calcolo di interesse. Il suo progetto era trasformare il Regno d’Italia in una grande potenza sullo scacchiere internazionale, proprio come Bismark aveva fatto con la Prussia.
Il primo punto del suo programma consisteva in un’operazione culturale ossia nell’eludere il problema dell’identità nazionale tra i popoli della Penisola che il progetto mondialista aveva unito a forza. Per “fare gli italiani” Crispi intendeva nazionalizzare le masse. Occorreva ottenere << il consenso delle classi medie >> attraverso << un inedito culto della patria-Stato e quindi con una nuova interpretazione dei valori e dei simboli più aggreganti del Risorgimento. In sintesi, si trattava di riscrivere settant’anni di storia per caratterizzare in chiave nazionalpopolare tutte le celebrazioni del processo unitario >> 8. L’ubriacatura nazionalista serviva ad eludere anche un altro problema: quello dell’educazione civica del cittadino, della sua preparazione ad agire come membro di una comunità di individui liberi, uguali e responsabili: la soluzione proposta era quindi un rigido conformismo agli slogan, ai simboli, alle immagini e ai rituali politici inventati di sana pianta dai discepoli di Lemmi. Un altro aspetto era il processo di revisione storica che vedeva nel “garibaldino” Crispi l’ultimo sopravvissuto di una generazione di eroi, il momento di sintesi delle diverse anime del Risorgimento. Premesso che la Storia la scrivono i vincitori, l’aspetto anomalo dell’intera vicenda risiedeva nel fatto che << di questo processo di revisione << era a un tempo protagonista, narratore e giudice >> un leader politico, un moderno Cesare (quale appunto Crispi voleva essere) >> 9. Probabilmente Mussolini sarà il più attento discepolo di Crispi.
Ricapitolando: il Grande Oriente d’Italia sotto la maestranza di Lemmi sacrificava i propri valori spirituali – ovvero il contatto con le sue radici magico-alchemiche – alla tentazione del potere; ma contemporaneamente proiettava verso la società civile i riti e i simboli di una religione civile, inventata a tavolino e contrapposta alla religione cattolica e all’ideologia marxista. I templi massonici diventavano così il sancta sanctorum del potere, inaccessibile ai profani, e da essi uscivano i sacerdoti che predicavano la nuova dottrina del nazionalismo.
Orchestrando il consenso con questi metodi, i tecnocrati formati dal Grande Oriente d’Italia tentavano di mobilitare le masse per << trasferire al popolo il potere d’iniziativa nella costruzione e nella gestione dello Stato prima ancora che il ciclo unitario si concludesse con la liberazione di Trento e Trieste; ben consapevole, ad ogni modo, che ciò andava fatto a scapito del primato di casa Savoia e a tutto vantaggio delle punte più avanzate della borghesia e dell’ala moderata del movimento operaio. In definitiva, la sua (di Crispi) era la proposta complessiva di un nuovo contratto sociale il cui fine era la trasformazione del paese, condizione chiave per ascendere al rango di grande potenza, forte e temuta nello scacchiere internazionale e infine rivale di rispetto nella corsa alle colonie, in Africa anzitutto >> 10.
Malgrado la formale alleanza con Berlino e Vienna, vi era il ricordo delle recenti guerre d’indipendenza e il problema delle “terre irredente” a turbare le relazioni con l’Impero Austro Ungarico. L’alleanza con l’antico nemico veniva quindi vissuta con imbarazzo dall’intera classe politica italiana, re Umberto compreso. Era venuta a mancare anche la tradizionale alleanza con la Francia, dal momento che le mire di Crispi si focalizzavano sulla Tunisia e il Corno d’Africa ambite anche dai francesi. Il venerabile “33”, allora a capo del governo, scatenò una guerra doganale nei confronti della Francia forse per motivi propagandistici: ne pagò dazio l’intero Paese, che subì un immediato crollo delle esportazioni. La sua politica estera, ambiziosa e bellicosa, veniva portata avanti con estrema rudezza fino al limite della degenerazione dei rapporti diplomatici. Ma a chi giovava tutto ciò? Non certo all’Italia, alla quale avrebbe fatto più comodo una politica più concentrata verso la crescita economica e i problemi sociali.
Nella seconda metà dell’Ottocento si stava verificando << una fase oggettiva di declino della piazza francese dove tradizionalmente lo Stato italiano collocava i suoi titoli e negoziava prestiti e investimenti >> 11. Cosa era accaduto? Il 15 novembre 1868 lo spregiudicato James de Rothschild, il finanziatore di Napoleone III e Cavour, era morto. Alla guida del ramo francese gli succedeva il figlio Alphonse. Due anni dopo la guerra franco-prussiana si concluse con il trionfo della Germania appena unificata da Bismark. Nel giro di poche settimane Napoleone III si era arreso con tutta l’armata a Sedan. Alphonse de Rothschild avrebbe potuto trattare con Bismark per la liberazione di Napoleone III, ma decise diversamente: probabilmente l’imperatore aveva fatto il suo tempo e poteva ora uscire di scena in previsione di nuove e ancor più vantaggiose speculazioni usuraie. Poiché i tedeschi si erano occupati del lavoro sporco, la Terza Repubblica poteva sorgere sulle ceneri dell’impero come una creatura del Barone Rothschild. Nella principesca residenza del banchiere alle Ferriers alloggiavano allora Guglielmo I, Bismark e i vertici dello Stato Maggiore tedesco. Accettarono di lasciare Parigi solo dopo il pagamento di duecento milioni di franchi, che Rotschild pagò per rientrare in possesso di casa sua, ma sotto forma di prestito al governo francese, che quei quattrini non li aveva. Dalla sua nuova residenza di Versailles Bismark chiese ora 31 miliardi franchi a titolo di risarcimento per le spese di guerra: << Alphonse trattò di persona e alla fine si accordò per la cifra, comunque esorbitante, di cinque miliardi. Quasi venticinque miliardi di euro attuali! […] anche se Alphonse riuscì ad assicurarsi buona parte di quel prestito (considerato il più grande affare finanziario del XIX secolo), le nuove banche per azioni, nate nel frattempo per contrastare il potere dei Rothschild, si riunirono in una coalizione per strappare la quota più alta possibile della somma da prestare. Così, secondo Bouvier, cominciò in quel 1873 il declino relativo dei Rotschild francesi. Che continuarono a crescere, ma più lentamente di prima [...] Quando tutto ebbe termine, le finanze della neonata Terza Repubblica francese erano ormai definitivamente nelle mani del Barone de Rothschild >> 12.
Gli affari dei Rothschild in Inghilterra erano di vecchia data: nel 1840 la “N.M. Rothschild & Sons” era già la principale fornitrice della Banca d’Inghilterra e dal 1852 otteneva la gestione della zecca reale. Nel 1857 Alphonse de Rothschild aveva rafforzato i legami tra il ramo francese e quello inglese della famiglia sposando la figlia di un cugino inglese di suo padre. I risultati non mancarono di farsi sentire. Infatti in tutta Europa furono racimolate colossali ricchezze, che attraverso la City di Londra venivano dirottate in ogni angolo del mondo ove la Gran Bretagna era disposta a fare da cane da guardia agli investimenti. Del resto a Londra il potere politico era nelle mani di Benjamin Disraeli, un avvocato israelita di fede cristiana, mentre quello finanziario nelle mani di Lionel Rothschild, che era a capo del ramo inglese del casato ed era compagno di partito di Disraeli. Fu Lionel Rothschild nel 1875 a dare assistenza finanziaria al Governo inglese, presieduto proprio da Disraeli, nell’acquisizione delle azioni del canale di Suez, che era stato inaugurato nel 1869. A tale atto fece seguito l’occupazione militare inglese dell’Egitto nel 1882. Con ciò gli investitori francesi, che erano stati i principali promotori della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, divennero junior partner della finanza inglese e i Rothschild guadagnarono l’eterna benevolenza di Sua Maestà britannica.
Da quel momento il canale di Suez diveniva essenziale nella strategia britannica di controllo della rotta per le Indie. Di conseguenza l’establishment politico ed economico inglese aveva tutto l’interesse a contrapporre le ambizioni del neonato Regno d’Italia alla Francia, l’unica potenza europea che potesse competere con l’Inghilterra nella conquista di colonie e rotte commerciali.
Alla City di Londra i Rothschild entrarono in società con quel Cecil Rhodes, che fu il primo governatore della colonia del Capo e uno dei promotori della segretissima Fabian Society. Da questo incontro nacque la De Beers, che col supporto del Regno Unito si impadronì nella maniera più brutale dei giacimenti di diamanti del Sud Africa. Per effetto della spietata conquista delle repubbliche boere del Traansval e dell’Orange, la City di Londra alla fine dell’Ottocento si risollevò dal precedente declino. La De Beers mantiene tuttora il controllo del mercato internazionale dei diamanti.
I Rothschild investirono anche in molte miniere di rame, piombo, ferro e zinco. Ottennero inoltre il monopolio del mercurio in Spagna. Avevano messo le mani sui colossali giacimenti di nichel della Nuova Caledonia. Avevano fondato la Caspian and Black See Petroleum (Bnito), che poi diventerà la Royal Dutch Shell e sarà una delle famose “sette sorelle” monopoliste del mercato mondiale del petrolio: la Bnito controllava allora i pozzi di petrolio di Baku come abbiamo già visto. Così i Rothschild tendevano ad assumere il controllo del mercato mondiale delle materie prime all’interno del contesto della seconda rivoluzione industriale.
Alla luce di queste affermazioni non stupisce il declino della piazza francese, poiché i capitali erano investiti con maggior profitto altrove. Tutto ciò accadeva mentre la strategia di Crispi rendeva necessario << un imponente drenaggio di capitali, in Italia e all’estero, per realizzare un organico e ambizioso programma di investimenti teso a modernizzare il sistema-paese e l’apparato militare >> 13.  La crisi di liquidità in Francia rendeva però impossibile collocare, come era avvenuto in passato, i titoli di Stato italiani e ottenere nuovi crediti. Ad aggravare la situazione vi era poi << il grave stato di tensione nelle relazioni diplomatiche >> 14 tra Roma e Parigi di fronte al quale anche la massoneria era impotente. Tra il Grande Oriente di Francia e quello d’Italia esisteva ora una situazione di aperta competizione. Per Crispi ciò rappresentava << l’occasione per consumare un ribaltamento dell’alleanza con la Francia anche sul piano delle relazioni finanziarie. Era venuto il momento di costituire il secondo bastione di sostegno della strategia crispina: anche questo sarà il compito di Adriano Lemmi >> 15. Ecco quindi rientrare in scena il patriota rivoluzionario iniziato a Londra da Mazzini, il banchiere cosmopolita già in rapporti con le grandi centrali finanziarie internazionali e che probabilmente era stato infiltrato – proprio da queste ultime – al vertice del Grande Oriente d’Italia.
Scrive Nassi che tutto lascia supporre che << l’operazione sia cominciata con la messa a punto di una radiografia della situazione italiana, soprattutto perché a conoscere la verità dei numeri erano gli uomini di governo, gli alti funzionari e gli esperti del sistema bancario militanti dentro e fuori la Loggia coperta di propaganda massonica >> 16.
Da ciò sarebbe emerso un quadro assai negativo, poiché << la lira perdeva colpi nei confronti del franco e del marco; l’inflazione era salita dell’1,4 per cento; la bilancia commerciale, dopo i crolli vistosi del primo periodo della guerra doganale con la Francia, accusava perdite che si faceva fatica a riassorbire con le << partite invisibili >> delle rimesse degli emigranti e dei capitali esteri; il valore dei titoli di Stato sulle maggiori piazze finanziarie era sceso fra il 4 e il 3 per cento; l’offerta di obbligazioni, come la richiesta di anticipazioni, faceva raramente il pieno, mentre diventava sempre più complicato rinegoziare i prestiti dei primi anni Ottanta; e infine sui 488 milioni del disavanzo dello Stato gravava il buco degli interessi del debito pubblico stimato per l’anno in corso in 120 milioni di lire a semestre. A fronte di questo quadro, oltre al declino di Parigi, consolidata piazza per gli affari italiani, c’era la novità di una forte tendenza espansiva del sistema finanziario tedesco, quindi di nuove condizioni di competitività sul mercato internazionale dei capitali in cui, specie sul versante italiano, aveva sinora svolto un ruolo del tutto marginale >> 17.
Essendosi legato mani e piedi al sistema usuraio della finanza sionista, il Regno sabaudo si trovava ora nella condizione di dover rovesciare tutta la sua politica estera ed economica per evitare il default. Con un deficit annuo di 488 milioni, di cui 240 derivato dagli interessi sul debito pubblico, non esistevano altre strade che quelle che il Gran Maestro Adriano Lemmi indicò al venerabile Crispi: << malgrado l’andamento degli indicatori economici più significativi la situazione internazionale offriva ampi spazi di manovra per assicurare risorse alla modernizzazione e al riarmo del paese. Bastava spostare l’interesse di Berlino dalla Russia zarista al regno sabaudo >> 18.
Ecco quindi entrare in scena l’asso nella manica di Adriano Lemmi, Otto Joel. Proveniente da una famiglia israelita tedesca di Danzica, Joel si era trasferito in Italia a quindici anni. Frequentava le Logge di Genova e Milano, << dove fece una brillante scalata nel sistema bancario >> 19. Furono i maneggi di Margherita di Savoia, alla quale era stato raccomandato dal venerabile Crispi, ad aprire a Joel le porte del successo in Germania. La regina sollecitò l’intervento di un cugino di Guglielmo I, che era stato un tempo un suo corteggiatore, e tanto bastò a farlo ammettere alla stessa Loggia alla quale appartenevano il Kaiser e il figlio di Bismark, Herbert, che era all’epoca Sottosegretario di Stato agli Esteri con delega all’Italia. << Sicché su Lemmi e Joel veniva stesa la tegolatura con l’intervento personale dell’imperatore sulla banca tedesca in dinamica proiezione all’estero e di estrema fiducia perché curava gli interessi della corte >> 20.
Nassi afferma che << il risultato dell’operazione è una massiccia penetrazione del capitale tedesco nel sistema italiano le cui dimensioni portarono rapidamente alla creazione di un consorzio che, nei primi anni Novanta, genera la Banca commerciale e il Credito italiano nei cui vertici sarà predominante la presenza massonica. Crispi finalmente ha i mezzi per sviluppare la rete delle comunicazioni, l’agricoltura e per innestare nel sistema-paese la modernità dei sistemi produttivi avanzati, riassorbendo stagnazione, disoccupazione e un’ingente quota di debito pubblico, ma anche per rafforzare e modernizzare l’esercito e la marina e per sostenere le imprese africane >> 21.
Nella ricostruzione di Nassi troviamo quindi una finanza francese contrapposta a una finanza tedesca. Abbiamo visto però che la finanza francese era dominata dai Rothschild di Parigi: chi era invece che tirava le fila della finanza tedesca? Nella prima metà dell’Ottocento essa era controllata da Amschel Rothschild (1773-1855), che fu a capo del ramo di Francoforte del casato. Tuttavia già prima della fine del secolo si andavano affermando altre casate di banchieri, gli ebrei ashkenazi Warburg e i Gunzburg.
Scrive Pietro Ratto: << Nel 1895 Paul Warburg, erede dell’intero patrimonio economico-finanziario della famiglia, sposò Nina J. Loeb, figlia di Samon Loeb, fondatore della grande banca americana Khun, Loeb & Co […] Nello stesso anni, il fratello Felix Warburg sposò Frieda Schiff, figlia dell’influente agente dei Rothschild Jakob Schiff, discendente dell’omonima famiglia di banchieri ebrei, che condivideva la casa natia del capostipite dei Rothschild, Amschel Mayer, a Francoforte. Jakob Schiff era anche il direttore della suddetta Khun, Loeb & Co. La famiglia Warburg, insomma, risultava intrecciata con le principali dinastie della finanza ebraica. Lo zio di Paul, Sigmund Warburg (1835-1889), aveva sposato nel 1863 Theophilie Rosenberg, discendente della grande famiglia di ebrei russi, ricchissimi proprietari terrieri; la sorella di Theophilie, Anna, era invece andata in sposa al grande banchiere e barone Horace Gunzburg (1883-1909), e i figli di Theophilie e di Anna, rispettivamente Rosa e Alexander Moses, si erano uniti in nozze tra loro, cementando così definitivamente l’unione tra i Gunzburg e i Warburg >> 22.
Se dunque Alphonse de Rothschild aveva negato prestiti a Bismark per finanziare la guerra franco-prussiana, è però vero che altre famiglie ebraiche avevano posizioni di assoluto rilievo nella finanza tedesca. I nuovi capitali affluiti in Italia durante il governo Crispi appartenevano al mondo della finanza internazionale sionista proprio come al tempo di Cavour, sebbene ufficialmente non provenissero più da Parigi bensì Berlino. Una differenza risibile in un contesto per sua natura cosmopolita come quello della finanza. Pure lui ebreo – e anche massone – era l’uomo di fiducia delle famiglie dei banchieri israeliti tedeschi: Otto Joel. Possiamo allora tentare di tirare le somme: attratti da investimenti più redditizi, i Rothschild diminuirono la propria presenza sulla piazza francese, dove pure consolidarono la propria egemonia, e vendettero – nel senso più letterale del termine – l’Italia ad altri banchieri israeliti. Il tutto col beneplacito di Sua Maestà britannica, interessata a mantenere uno stato di frizione tra l’Italia e la Francia per salvaguardare la rotta che attraverso il Mediterraneo e Suez conduce in India. Possiamo così ipotizzare che il Gran Maestro Adriano Lemmi avesse avuto l’incarico di condurre in porto senza scossoni questa transizione di natura finanziaria: ciò confermerebbe l’importanza della nomina di un banchiere alla guida del Grande Oriente d’Italia.
Le conseguenze nel campo della politica internazionale, rappresentate nello stato di frizione con la Francia, sarebbero il riflesso di queste speculazioni finanziarie. In campo massonico la rottura tra il Grande Oriente d’Italia e quello di Francia potrebbe essere stato incoraggiato dalla Grand Lodge of England per sbarrare la strada all’imperialismo francese e garantirsi il controllo della vita pubblica italiana attraverso << fratelli >> ostili alla massoneria francese. Ciò potrebbe essere confermato, almeno indirettamente, dall’episodio emblematico di un << Grande Oriente con tempio a Palermo indipendente da Roma: e perciò immediatamente riconosciuto da Parigi, in odio a Lemmi e al crispismo, ma bollato dalla Loggia-madre londinese per eccesso di ideologia profana >> 23.
Un altro, aspetto collegato a quello finanziario, non può non essere menzionato. Il golpe silenzioso di Adriano Lemmi, per funzionare, necessitava di coperture che abbracciassero l’intero arco politico. Infatti non vi erano solo il governo da manovrare e la sua maggioranza parlamentare da blindare: bisognava tenere d’occhio anche l’opposizione parlamentare, che se avesse svolto la sua tradizionale funzione di controllo avrebbe potuto denunciare certe manovre dinnanzi all’opinione pubblica. Da uomo pratico, il banchiere Lemmi indovinò che esisteva un argomento capace di mettere tutti d’accordo: il denaro. Un fiume di denaro si riversò dalle banche di emissione direttamente nelle tasche di uomini politici e di faccendieri, tutti in odore di massoneria.
La trattazione della faccenda necessita di una breve premessa. All’indomani dell’unità d’Italia vi sono una decina di istituti di credito che stampano moneta: una situazione ereditata dalla precedente stato di frazionamento politico in cui si trovava la Penisola. Ognuna di queste banche, oltre a svolgere le normali attività di sportello, stampava vari titoli di credito: banconote, assegni circolari, cambiali al portatore. Alla sola Banca Nazionale d’Italia – ex Banca Nazionale degli Stati Sardi – è accordato il privilegio di stampare moneta in quantità illimitata ovvero senza obbligo di garantire la copertura delle emissioni per mezzo di una adeguata riserva aurea. Le sue banconote sono le sole ad essere accettate senza problemi in tutta la Penisola, laddove i titoli di credito di altri istituti di emissione sono accettati con diffidenza – a volte persino rifiutati! – al di fuori della regione dove sono stati emessi. Dopo un primo riassetto del sistema bancario emergono altre tre realtà – oltre alla già citata Banca Nazionale d’Italia – autorizzate a stampare moneta, seppure in quantità limitata: il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e la Banca romana di Credito. Un quinto e un sesto istituto di emissione possono essere individuate nella Banca Nazionale Toscana e nella Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia, che continuano a far circolare titoli di credito già esistenti e rimborsabili in oro. In tale modo si rafforzano i legami tra la Destra storica, i ceti imprenditoriali del Nord e il sistema bancario pur tutelando le situazioni preesistenti di clientelismo locale. A rendere ancora più caotica la situazione si aggiungeva la mancanza di controlli, poiché mancava un’istituzione pubblica di vigilanza come poteva essere una banca centrale. Perciò continuano a circolare titoli di credito o banconote abusive – cioè mascherate da assegni circolari o buoni di cassa – emessi da banche minori e persino da società finanziarie e imprese di costruzione. Tali titoli vengono spesso preferiti alle banconote vere e proprie.
Un tentativo di riordino del sistema fu fatto da Cavour, che intendeva centralizzare l’emissione della moneta nella Banca Nazionale d’Italia, ma il suo progetto si arenò in parlamento. Infatti vi erano lobby politico-affaristiche fortemente radicate nel tessuto locale da cui provenivano, che erano contrarie a qualsiasi ingerenza del Governo. Minghetti riuscì a far approvare una legge per la creazione di un Consorzio Obbligatorio degli Istituti di Emissione, che però non ebbe efficacia dal momento che i controlli erano una farsa. Mentre gli uomini politici e i banchieri tentavano di mettere ordine in una situazione che minacciava di diventare esplosiva o si battevano per salvaguardare piccoli interessi di bottega, un cospiratore del livello di Adriano Lemmi pianificò un progetto eversivo di vasta portata. Si trattava, detto in maniera sintetica, di creare un’emissione parallela di carta moneta con la quale corrompere uomini politici e giornalisti. Il tutto, chiaramente, doveva essere fatto nel massimo segreto e a tal fine Lemmi aveva piazzato i “fratelli” alla guida delle banche interessate. Le conseguenze, ovvero la svalutazione della Lira, avrebbe generato una spirale inflattiva che avrebbe colpito particolarmente i lavoratori salariati e gli indigenti contro i quali, come abbiamo già visto nel capitolo precedente, lo Stato non esitava a mandare l’esercito.
Su questo argomento scrive Giulia Pezzella:
<< Nel 1889, principalmente a causa della crisi del settore edilizio, alcune banche si trovarono sull’orlo del fallimento. La cosa accreditò le voci che circolavano da tempo circa un’eccessiva emissione di carta moneta da parte delle banche autorizzate. Il ministro dell’agricoltura Miceli promosse l’inchiesta amministrativa per verificare l’operato delle banche autorizzate a stampare moneta che fu affidata al senatore Giuseppe Alvisi (già deputato della Sinistra) insieme al funzionario del tesoro Gustavo Biagini. Bisognava capire, in particolare, se il quantitativo di denaro emesso fosse congruo ai parametri stabiliti. I risultati confermarono i sospetti: la Banca romana aveva stampato 25 milioni di lire in più e aveva sanato l’ammanco di diversi milioni con una serie di biglietti falsi (duplicava cartamoneta già stampata); inoltre fu messo in evidenza il coinvolgimento diretto del suo governatore Bernardo Tanlongo. Dalle indagini emerse anche che la Banca aveva utilizzato questo denaro non solo per finanziare le speculazioni edilizie, ma anche politici e giornalisti.
<< Per evitare lo scandalo durante i tre anni successivi Crispi, Giolitti e anche Di Rudinì preferirono tenere segreti i risultati in nome degli interessi più alti della patria. L’inchiesta, dunque, venne insabbiata per scongiurare le conseguenze negative che avrebbe avuto tanto sul sistema creditizio che sul mondo politico >> 24.
L’inchiesta era nata da un’improvvida manovra di Francesco Crispi e del suo ministro Giovanni Nicotera, che mirava ad allontanare dalla direzione del Banco di Napoli il senatore Girolamo Giusso. Le accuse alla gestione di questo istituto, secondo la relazione, erano confermate, ma le irregolarità riscontrate erano comuni a tutte le banche d’emissione: il vero scandalo era rappresentato dalla Banca romana. La faccenda si complicò per l’insistenza di un onesto funzionario, Biagini, che senza cedere alle pressioni conferma il rapporto stilato anche di fronte al ministro. Poiché l’opposizione era al corrente della situazione, la bomba era pronta ad esplodere. Tutto il sistema ora poggiava sulle spalle del governatore della ex banca pontificia, Tanlongo.
Secondo la ricostruzione che ne fa Nassi, Bernardo Tanlongo era << un finanziere in forte odor di massoneria approdato al Senato con l’appoggio di Margherita e di Crispi. Sin dai primi anni Ottanta Tanlongo era la cerniera più essenziale di quel diffuso sistema di corruzione noto come << politica di scambio >> (danaro contro favori). Ne aveva dato a tutti o in nero, truccando i bilanci, o sotto forma di prestiti da archiviare come insoluti. Nel suo libro paga c’erano politici, amministratori pubblici, funzionari, generali e diplomatici. Non mancavano neppure i nomi di Umberto e di Crispi e di Giovanni Gioliti, astro nascente della politica italiana >> 25. Quest’ultima affermazione è notevole, poiché il primo ministro Crispi aveva affidato l’ispezione proprio a un deputato della Sinistra vicino a Giolitti, Giacomo Giuseppe Alvisi, già Presidente della Corte dei Conti. Tutto, dunque, lasciava intendere che il clima di omertà avrebbe unito la Destra e la Sinistra, entrambe complici del sistema corruttivo alimentato dalla Banca Romana. Solo l’insistenza di Biagini complicava i piani.
Tanlongo era dunque un elemento della catena di potere del Gran Maestro Adriano Lemmi. Ora si dà il caso che tutte le catene siano tanto forti quanto è forte l’anello più debole. Tanlongo era appunto l’anello debole. Chiamato di fronte al ministro a rispondere di accuse assai circostanziate, il senatore “in forte odor di massoneria” cede e ammette tutti gli addebiti. La Banca romana ha emesso 25 milioni di lire in più rispetto a quanto le era consentito, altri nove milioni e mezzo erano stati stampati ufficialmente per ritirare dalla circolazione le banconote usurate, che invece erano state riprodotte con gli stessi numeri di serie e messi in circolazione come duplicati delle prime, ovviamente non distrutte. La banca risulta inoltre creditrice per cospicue aperture di credito e finanziamenti concessi al settore edilizio durante la grande speculazione ottocentesca per il risanamento di Roma e la costruzione di nuovi quartieri.
Sapendo di avere le spalle coperte, Tanlongo rassicura il ministro: la Banca Nazione d’Italia ha concesso un primo prestito di dieci milioni di Lire per coprire gli ammanchi, poi un secondo di tre milioni mentre altri sei milioni sarebbero stati occultati attraverso un certo numero di conti correnti fittizi. Ma Biagini non molla e, nel corso di una seconda ispezione, scopre anche le nuove irregolarità e questa volta avvisa non solo il ministro ma anche Alvisi. L’anziano senatore, ormai prossimo alla morte e per questo tormentato dai dubbi di coscienza, predispone un dossier e dà disposizioni affinché diventi di pubblico dominio dopo la sua morte.
Il malaffare e le responsabilità personali di Crispi e Giolitti nell’insabbiare la faccenda vengono denunciate in un intervento alla Camera del deputato di Sinistra Colajanni, il 20 dicembre 1892. Il momento è stato attentamente calcolato, perché di lì a 10 giorni si sarebbe dovuto votare un disegno che avrebbe prorogato di altri sei anni l’emissione forzosa della moneta, e la sua estensione a tutti gli istituti di credito. All’indomani nomi e cifre finiscono in prima pagina su tutti i giornali. Si muove la magistratura, che alla fine di gennaio arresta Tanlongo e gli altri dirigenti della Banca romana, Lazzaroni e Torlonia. Viene arrestato anche il direttore del Banco di Napoli, Cuciniello, che si era dato alla latitanza, girando in abiti talari, dopo aver lasciato un ammanco di cassa di 2,4 milioni di lire. Si muove anche il Parlamento, che il 30 dicembre istituisce in tutta fretta una commissione d’inchiesta, mentre l’emissione forzosa viene prorogata di soli 3 mesi. I disegni del Gran Maestro Adriano Lemmi subiscono un colpo decisivo.
Trovandosi al fresco, Tanlongo si rinfresca le idee e vuota il sacco coinvolgendo politici di primo piano. Giolitti, capo del governo dal 15 maggio 1892, si dimette il 15 dicembre 1893 quando le sue responsabilità vengono discusse in Parlamento: << Giolitti fu accusato principalmente di tre cose: di aver tenuti nascosti i risultati del lavoro di Alvisi (all’epoca era ministro del tesoro), di aver proposto il nome di Tanlongo come senatore e di aver ricevuto denaro dalle casse della Banca romana per finanziare le sue campagne elettorali >> 26. Lasciata temporaneamente la politica, Giolitti fugge all’estero per timore di essere arrestato: svolto il suo compitino di utile idiota, può ora restituire la poltrona al Venerabile Crispi, che il 15 dicembre forma il suo terzo governo rimasto in carica fino al 14 giugno 1894. Seguirà un quarto governo Crispi che naufragherà all’indomani della disfatta di Adua.
Scrive la Pezzella:
<< I nomi legati a quello strano e oscuro personaggio che era Tanlongo erano molti ed eccellenti: lo scandalo della Banca romana aveva travolto la politica, almeno in parte e allo stesso tempo rappresentava la crisi finanziaria che il paese stava attraversando. Ma il processo del 1894 assolse tutti, anche Tanlongo (Sor Berna’, come lo chiamavano in Banca), per insufficienza di prove: i giudici accolsero la tesi che sosteneva la sottrazione, nel corso delle indagini, di importanti documenti.
<< Le ripercussioni, però, furono notevoli. Dal punto di vista politico la più evidente fu la scomparsa – momentanea – di Giolitti dalla scena politica. Dal punto di vista finanziario, la più importante fu sicuramente l’istituzione nel 1893 della Banca d’Italia – che sarebbe poi diventata l’unico istituto di emissione dello Stato – a cui fu affidata la liquidazione della Banca romana >> 27.
Anche i disegni cospirativi del Gran Maestro Lemmi si avvicinavano alla fine: << Nel 1894, quando il suo nome comparve fra quelli dei personaggi coinvolti nello scandalo della Banca romana, per il L. iniziò un rapido declino, che coincise nei tempi con quello dell'amico Crispi e che fu scandito da violente campagne di stampa contro di lui e contro l'organizzazione liberomuratoria.
<< All'interno della massoneria, dopo il 1896, gli restò unicamente la carica di sovrano gran commendatore del rito scozzese, che conservò fino alla morte, avvenuta a Firenze il 23 maggio 1906 >> 28.
Dopo lo scandalo della Banca romana, la vergognosa disfatta di Adua (1 marzo 1896) ad opera di Menelick segna la fine della parabola di Crispi: << Crispi non ha retto a questa stretta della storia e con lui crolla anche il sistema di relazioni e di potere occulto della Gran maestranza di Adriano Lemmi e della Loggia della << P2 >> di Licio Gelli. Nelle Logge, di riflesso, si concludeva la fase storica dell’appiattimento istituzionale sul crispismo; e si riaccendeva la polemica tra le anime storiche della massoneria. L’ala democratica, portavoce di un malessere largamente diffuso nella piccola e media borghesia, come nei ceti popolari politicamente già organizzati, rivendicava per l’ordine il ruolo di guida del riformismo italiano […] Nell’ala di maggioranza – che dalla strisciante guerriglia passava bruscamente alla rottura diplomatica con il Grande Oriente di Parigi – a prevalere continuava ad essere la concezione lemmiana della massoneria come << partito dello Stato >> e di conseguenza corpo neutrale nei conflitti sociali anche quando assumeranno, come nel ’98, la dimensione della protesta insurrezionale… >> 29.

Note
1.    E. Nassi, La massoneria in Italia, Newton, pp. 43-44
2.    Ibidem, p. 42
3.    Cfr. l’articolo di F. Conti, Lemmi, Adriano. Dizionario biografico degli italiani, Vol. 64 (2005) all’URL http://www.treccani.it/enciclopedia/adriano-lemmi_(Dizionario_Biografico)/ consultato in data 11/08/2015
4.    Cfr. l’articolo di M. Celi, I “Muratori” che costruivano il potere occulto all’URL http://cronologia.leonardo.it/mondo27h.htm consultato in data 11/08/2015
5.    E. Nassi, op. cit. , p. 44
6.    Ivi.
7.    Ibidem, p. 45.
8.    Ibidem, p. 46.
9.    Ivi.
10.  Ibidem, p. 45.
11.  Ibidem, p. 49.
12.  P. Ratto, I Rothschild e gli altri, Arianna editrice, pp. 28-29.
13.  E. Nassi, op. cit. , p. 46.
14.  Ibidem, p. 49.
15.  Ivi.
16.  Ibidem, p. 50
17.  Ivi.
18.  Ivi.
19.  Ivi.
20.  Ibidem, p. 52.
21.  Ivi.
22.  P. Ratto, op. cit. , p. 74.
23.  E. Nassi, p. 53.
24.  Cfr. l’articolo di G. Pezzella, Lo scandalo della Banca Romana in Enciclopedia Treccani, all’ URL http://www.treccani.it/scuola/lezioni/in_aula/storia/banche/pezzella.html  consultato in data 12/08/2015
25.  E. Nassi, op. cit. , p. 52.
26.  G. Pezzella, op. cit.
27.  Ivi.
28.  F. Conti, op. cit.
29.  E. Nassi, op. cit. , pp. 52-53

 L'ARTICOLO CHE AVETE LETTO PROVIENE DAL SAGGIO MUSSOLINI E GLI "ILLUMINATI" DI ENRICO MONTERMINI.
L'OPERA E' DEPOSITATA PRESSO LA SIAE ED E' TUTELATA DALLE NORME A DIFESA DEL DIRITTO D'AUTORE.


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